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giovedì 4 febbraio 2010

Lame rotanti! I cartoon giapponesi alla radio svizzera

Non perdete le 16 puntate di Lame Rotanti - Cartoni animati... da buone intenzioni! Con l'incredibile coppia Lucrezia Corti & Elisa Manca. Rete Uno, Radio Svizzera.
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Il principe alieno e il principe dei mostri, il maiale sulla palma e il villaggio pinguino, orfanelli sfigatissimi e calciatori dal piede d'acciaio, robot tettute e tenniste masochiste, travestiti alla corte del re e piccole spacciatrici nell'Olimpo, ladri sexy e pirati gentiluomini, dischi volanti e poppanti volanti, l'alabarda spaziale e il servizio supersonico, il raggio protonico e la goccia di ciclone...
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Non sono sotto acido, sto solo rievocando la mia infanzia... Ok, anche così suona male....
Riproviamo: sto rievocando i mitici cartoni giapponesi degli anni '70 e '80, quelli con cui tanti di noi sono scresciuti... male, forse? Beh, poteva andare peggio! Perché quegli anime ci hanno sempre fatto sognare, riflettere, spaventare e ridere fino alle lacrime; ci hanno insegnato il valore dell'amicizia, dell'impegno, della pace; ci hanno aperto mondi fantastici e fatto vedere con nuovi occhi il nostro; hanno mostrato che l'infanzia ha i suoi drammi e vanno rispettati e che i bambini spesso sono più saggi degli adulti; ci hanno fatto innamorare di eroi così affacinanti che dopo trent'anni non li abbiamo ancora dimenticati.

Link per il podcast: http://www.rsi.ch/podcast/

Buon ascolto!

Ciriciao gente!!!

mercoledì 4 marzo 2009

Erano tutti happy days...


Tutti quelli che come me sono cresciuti davanti ai telefilm e quando nessuno li guarda corrono ad abbracciare il televisore come Homer, possono risvegliare gli happy days della loro infanzia teledipendente ascoltando i miei appassionati balbettamenti alla Radio Svizzera, ogni giovedì mattina.

La voce flautata che interloquisce con me è quella di Elisa, altra telefila doc, che non ringrazierò mai abbastanza per la sua iniziativa e per aver pensato a me.

Il nome del programma è "Va ora in onda". Ecco il link per il podcast:
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Purtroppo il tempo a disposizione è poco e alla fine tante cose vengono tagliate, la mia dizione è tutt'altro che perfetta, l'emozione del microfono mi toglie il fiato alla faccia della respirazione diaframmatica, le schede di presentazione le avrei immaginate lette con più verve e meno lentezza. Insomma, io mi riascolto con sofferenza perché ho sempre da ridire, non sopporto i miei errori e ogni volta vorrei rifare tutto meglio...

Ma mio marito dice che ho la voce sexy, quindi tutto il resto passa in secondo piano ;-)
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venerdì 15 febbraio 2008

Bollywood: vedere per credere


Chi non ha mai visto un film Made in Bollywood dovrebbe provare almeno una volta nella vita.
E' un'esperienza indimenticabile.
Non è necessaria la conoscenza dell'hindi o del tamil. In questi film c'è così tanto di tutto che i dialoghi sono un surplus. Così tanto di tutto che la durata media di un film indiano è sulle 3 ore. Lo slogan della RAI "di tutto, di più" deve essere stato in realtà rubato a Bollywod. Consiglio quindi scorte abbondanti di popcorn. L'ideale per un'esperienza culturalmente completa sarebbero i popcorn masala, cioè superspeziati, che vendono nei cinema indiani. Accompagnati, questo è fondamentale per la vostra sopravvivenza, da litri e litri di bevande.

Come tutte le arti del subcontinente, dall'architettura alla pittura allla moda, il cinema indiano è all'insegna di accumulazione, ricchezza e ridondanza, secondo la regola aurea del Much More is Much More. Ma il film medio commerciale va mooolto oltre quello che la nostra limitata immaginazione occidentale suggerirebbe. In ognuno di questi film, qualunque sia l'argomento o il genere, non possono mancare inseguimenti, pezzi musicali con i protagonisti che cantano e ballano, scene romantiche, acrobatiche, comiche slapstick e, se possibile, inserti cartoon.
La ridondanza è evidente anche all'interno di ognuna di queste singole sequenze: se la protagonista scende dall'auto con i capelli al vento, la vedremo inquadrata da otto angolazioni diverse, dall'alto-dal basso-in primo piano-di profilo-in campo lungo-in dettaglio come da noi sarebbe tollerabile solo in un videoclip o una pubblictà. Poi la bella di turno fa due passi verso il belloccio che l'aspetta dall'altro lato della strada e partono una dozzina di inquadrature analoghe su di lui. E poi si torna da lei e così passano cinque minuti in cui non succede niente ma riesci ad imparare a memoria la canzone di sottofondo (in tamil stretto) che a volume altissimo ha accompagnato tutta questo inutile siparietto. In pratica in sala montaggio non buttano via niente!

Ma il modo migliore per apprezzare la differenza di canoni estetici tra il nostro e il loro cinema è vedere il remake bollywoodiano di un film hollywoodiano.
Francesco ed io abbiamo avuto il piacere di assistere ala versione indiana di 3 scapoli e un bebè (già remake del francese 3 uomini e una culla).
Si lo so, avremmo potuto scegliere qualcosa di meglio ma gli indiano sono così amanti del cinema che in ben due multiplex tutte le sale erano già piene e prenotate da giorni (!) anche allo spettacolo delle 10 di mattina!!

Del film, ricordo con piacere misto a orrore la gag del pannolino: un pannolino sporco sfuggito di mano a uno dei ragazzi volava al ralenty verso gli altri due che impietriti dal panico del momento non riuscivano a scansarsi... fino all'inevitabile conclusione. Quello che in un nostro film sarebbe durato una decina di secondi qui era dilatato per 3 minuti interi, con innumerevoli primi piani dei due uomini terrorizzati e quel volo al ralenty del pannolino sporco così lungo, insistito, quasi lirico, da far ripensare a 2001 odissea nello spazio (e dopo questo commento Kubrik si rivolta nella tomba.. al ralenty).
Per non parlare del fatto che si vedeva benissimo la cacca sul pannolino e poi sulla faccia del poveretto. Trashissimo!!

Poi i tre, a causa degli impegni da padri, vengono lasciati dalle loro donne e ammiratrici (ognuno ne ha una decina, ma niente paura: sono tutte promiscue occidentali, quelle puttane!). Il tutto avviene contemporaneamente e in un crescendo di gag degne di Benny Hill i tre si trovano a scappare per la città inseguiti da una trentina di ragazze sexy in bikini. Quindi confluiscono nel parco cittadino, dove iniziainvece una coreografia musical.

Non è finita qui. Alla classica scena in cui la bebè si ammala per colpa dei tre neopapà irresponsabili, segue un montaggio alternato dei tre che riscoprono le rispettive fedi: uno va a pregare in chiesa, l'altro alla moschea, il terzo resta a casa con l'espressione triste ma si suppone sia induista. Poi, pentiti e redenti, si riuniscono in ginocchio attorno alla culla della bimba malata e dalla finestra arriva un raggio di luce tipo spirito santo che fa sembrare la scena l'adorazione dei magi. E - miracolo! - la pupa guarisce.

Poi, non ricordo proprio perché, uno dei tre, il pilota, si innamora della figlia di uno sceicco e passa un tempo che a me è sembrato inerminabile a corteggiarla in questo principesco palazzo arabo dove cantano e ballano.

E vissero felici e contenti.

So che sembra incredibile, ma è tutto vero!!!

Immagino che, con queste aspettative, lo spettatore indiano medio, messo davanti a una commedia all'italiana o a un film processuale, si tagli le vene.

Tre cose però ho veramente apprezzato, ok quattro con i popcorn masala: 1) il pubblico partecipa attivamente commentando ad alta voce, applaudendo, cantando 2) tutti gli attori sanno cantare e ballare discretamente, 3) all'inizio del secondo tempo i suddetti attori ballano e cantano come in un videoclip per un'intera canzone dando così a tutti gli spettatori il tempo di tornare dalla toilette. Geniale!

lunedì 21 gennaio 2008

Cinestupidario

Ho passato gli ultimi quattro giorni al Future Film Festival di Bologna, a guardare cartoon e horror in dosi massicce, almeno tre lungometraggi al giorno, più un paio di telefilm, svariati corti e almeno due incontri con guru dell'animazione mondiale. Quattro giorni dentro al cinema, con solo brevissime pause in cui correvo da una sala all'altra per la successiva proiezione o mi facevo preparare un panino col falafel da mangiare poi durante il film (avete mai provato a mangiare un falafel ultrafarcito e ultrasalsoso al buio? non è facile...).
Non scriverò ora delle cose che ho apprezzato di più, sono troppo stanca, ma di quelle che mi sono rimaste impresse... per la loro stupidità. Si tratta di due dialoghi da due film diversi, uno giapponese l'altro americano, entrambi colpevoli di imperdonabile ingenuità per lo spettatore italiano.

Da Aliens vs Predator II, un B movie abbastanza divertente.
Per fuggire dalla città infestata di mostri, bisogna prendere una difficile decisione: seguire le direttive ufficiali per l'evacuazione della città o fare di testa propria? Discussione concitata tra i pochi superstiti.
Una donna, serissima, spiega il suo punto di vista: "Il governo non mente alla gente!". Silenzio tra gli astanti. Come se avesse detto una cosa seria. Nessuno ride.

(Nessuno ride!?!)

Da 5 centimetri al secondo, bell'anime giapponese super romantico su due ragazzini che si amano da lontano. Un giorno lui decide finalmente di andare a trovare la sua innamorata che vive in un'altra città, ma succede qualcosa di imprevedibile...
"Non avrei mai pensato che il treno potesse fare ritardo".
Mormorio divertito in sala.
No comment.

sabato 20 ottobre 2007

Luk & the Series: blog nuovo, vita nuova?

Era da un po' che volevo farlo ed ora l'ho fatto: un blog sui telefilm. Si chiama: Luk & the Series. Non ci troverete le ultimissime notizie dagli USA o i dati auditel, per quello ci sono già tanti altri siti. Il mio sarà un blog di approfondimenti, riflessioni, recensioni e citazioni sui telefilm, anche su quelli andati in onda solo sulla TV americana. E discussioni, se parteciperete con i vostri commenti.

I motivi per cui apro un secondo blog sono tanti:

- In queste settimane ho buttato giù tante idee per articoli e le ho proposte a qualche rivista. Dalle loro risposte mi sembra di aver capito che
bisogna per forza giocare d'anticipo, non solo per gli ovvi tempi tecnici di stampa, ma per l'approccio della stampa italiana nei confronti dell'argomento telefilm: un approfondimento o una recensione non interessano quasi a nessuno, si vive di anticipazioni. Quando un telefilm è già andato in onda, o manca solo un mese all'esordio in TV, l'argomento è già considerato vecchio. Così, mentre le mie idee invecchiavano a vista d'occhio, mi sono detta: perché lasciarle ammuffire? Meglio condividerle con i mezzi che ho a disposizione

- Mi diverto

- Quando invio il CV a una nuova rivista per cui mi piacerebbe scrivere, posso aggiungere il link del mio blog: gli editor potranno così accedere facilmente agli articoli già pubblicati (quando avrò ifnito di caricarli) e farsi un'idea del mio stile, della mia preparazione, della mia teledipendenza, della mia follia incurabile, eccetera.

- Quando i tempi (tecnici) saranno maturi, cercherò di guadagnarci qualcosa con la pubblicità

-
Spero che mi porti un po' di fortuna per la mia carriera...

-
Sto sviluppando una duplice personalità

Ho comunque intenzione di continuare a scrivere su LSD... finché mi passeranno cose per la mente!

lunedì 24 settembre 2007

Welcome to Telefilmville, USA (reloaded)





Pubblicato su Telefilm Magazine n° 31, Luglio 2007, rubrica "Time Tunnel"

Il Time Tunnel di questo mese vi porta in un viaggio nel tempo e nello spazio, un percorso on the road sulle strade blu, quelle che collegano la sconfinata provincia americana. Lasciamo per una volta il Greenwich Village e il Sunset Strip, dimentichiamo i Cosmopolitan e i beach party e avventuriamoci in un viaggio attraverso l'America più vera, così come l'abbiamo conosciuta attraverso 60 anni di telefilm.

La provincia come adolescenza

Iniziamo il nostro itinerario di venerdì, perché questo è un giorno speciale a Dillon, Texas, prima, emblematica tappa del nostro tour. In questa serata si celebra il rituale che tiene unita la comunità: non parliamo della funzione in chiesa, pure sentitissima, ma della partita di football della squadra giovanile, attesa e seguita con religiosa devozione. La serie si intitola, appunto, Friday Night Lights. La cittadina sembra respirare all'unisono: alla radio, a scuola, nei bar e perfino in chiesa si parla solo della partita. E con l'ansia, tutta americana, di vincere. Per non essere dei perdenti. Ma questa “comunione” che rende Dillon speciale non basta a salvarla dal destino che affligge tante province del piccolo schermo. La medaglia della vittoria, infatti, ha due facce: per il paese è motivo d'orgoglio, riscatto da una vita che offre poche altre soddisfazioni; per i giocatori è il biglietto per andarsene e lasciarsi il paese alle spalle. Nella comunità così unita, allora, si intravede una spaccatura, una crepa sottile, appena percettibile, ma destinata ad allargarsi: è quella che divide chi resta da chi parte.

E' il destino di ogni provincia telefilmica, è nel suo DNA: i nostri eroi crescono, mentre il paese sembra farsi sempre più piccolo. Così, con nostro grande rammarico, sono sempre i migliori ad andarsene... i protagonisti. Perché la provincia è, in molte serie, il luogo dell'adolescenza. L'ingresso del protagonista nell'età adulta e la sua piena realizzazione significano l'abbandono della città natale e la fine del telefilm.

In Dawson Creek, il nostro Dawson lascia la tranquilla Capeside per realizzare i suoi sogni da regista a Hollywood. Clark Kent lascia Smallville per Metropolis, o meglio per prendersi cura del mondo intero. In Una mamma per amica, caso raro, il distacco è graduale, così la cittadina e la serie vivono ancora a lungo quando Rory lascia Stars Hollow per Yale. La nostra eroina torna volentieri a casa per un'abbuffata di pizza e un film con l'adorata mamma e, un po' meno volentieri, per la rituale cena del venerdì dai nonni: non è ancora arrivato il momento di andare per la sua strada. Altre volte, per evitare la parola FINE, gli autori scelgono di sostituire i nostri eroi con nuovi “cuccioli” e le cittadine sopravvivono in una straziante agonia: Richie Cunningham lascia Milwaukee per Hollywood e gli spettatori di Happy Days devono sorbirsi le vicende di Joanie e Chachi. C'è poi l'eccezione che conferma la regola. E' Laura Ingalls, cui spetta il premio fedeltà: in dieci anni di durata del telefilm non lascerà mai veramente La casa nella prateria di Walnut Grove... né la sua scuola! Si alza dal banco solo per sedersi in cattedra, passando senza soluzione di continuità da alunna a insegnante.

I valori della provincia

Ma c'è anche chi torna. Magari se n'è andato prima di poter dare il meglio e il paese gli offre una seconda chance. E' il caso del novello figliol prodigo Jake Green: dopo cinque anni di misteriosa assenza, il ribelle primogenito del sindaco torna a Jericho, Kansas, solo per riscuotere un po' di soldi... ma ben presto diventa il più eroico difensore della sua città. Quando le bombe H cancellano dalla mappa le principali metropoli degli States, infatti, Jericho si trova in uno scontro ben più decisivo di quelli che tengono col fiato sospeso Dillon: ora è in gioco la sopravvivenza, la sconfitta equivale alla morte. Di più, con Jericho è in gioco la fiducia nella provincia americana con i suoi valori: riusciranno gli abitanti a sopravvivere non solo al misterioso nemico esterno ma... a loro stessi? Paura e claustrofobia possono rendere sospettosi ed egoisti. Prevarranno i legami che uniscono la comunità o le tensioni che la dividono? A giudicare dal percorso personale di Jake da outsider a eroe, c'è ancora speranza.

Un conflitto analogo è in atto, con forme diverse, a Smallville, paesino rurale del Midwest apparentemente indistinguibile da tutti gli altri, ma che una pioggia di meteoriti da Krypton ha reso diverso da tutti: tra i campi di grano si aggirano, infatti, pericolosi mutanti. Quello che accomuna Clark, giovane alieno piovuto dal cielo, ai vari mutanti pirotecnici e telepatici è il superpotere; ma ciò che li distingue e fa del primo un eroe e degli altri semplicemente i “freak of the week” è la solida educazione familiare. I genitori gli insegnano a mettere al primo posto il bene della comunità, anche a costo del sacrificio di sé. E' perché educato come cittadino modello di Smallville che Clark diventa Superman, e non un supercattivo che mira alla conquista del mondo. La provincia si rivela, ancora una volta, la palestra in cui si fanno le ossa i nostri eroi.

Il lato oscuro della provincia

Se i mutanti vi spaventano e preferite fare inversione di marcia, sappiate che non sono certo quattro campagnoli con i superpoteri il peggio che vi può capitare. I veri mostri indossano eleganti tailleur e divise da ragazze ponpon, guidano Suv e mangiano torte di mele, anzi di ciliege: sono i rispettabili borghesi che vivono nelle villette con prato falciato e siepi fiorite, in sobborghi dai nomi bucolici come Agrestic (Weeds), Wisteria Lane (Desperate Housewives) e Twin Peaks. Ma sotto la glassa dell'apple pie, c'è del marcio. Perché in questi posti nulla è quello che sembra e, come ci ha insegnato Lynch, sono tutti colpevoli, è solo questione di tempo. Sotto un sottile velo di conformismo si celano pettegolezzi, terribili segreti, abusi, vizi e delitti. Il lato oscuro della provincia americana. Nella sigla di Weeds, una canzone retrò intona: “Little boxes on the hillside and they're all just the same. Doctors, lawyers, business executive and they're all just the same”. In superficie sembra di essere ancora agi anni '50, ma sotto si nascondono segreti che farebbero impallidire i Peccatori di Peyton Place. Per mantenere il loro spicchio di normalità, questi professionisti e le loro mogliettine sono disposti alle azioni più abnormi. La casalinga modello, per arrotondare la pensione, spaccia marijuana o trasforma la sua graziosa villetta in casa di appuntamenti; la coppia sterile per avere un bel figlioletto biondo ne uccide la madre e la fa a pezzi; il farmacista morboso e ossessivo elimina il rivale in amore somministrandogli pillole letali; la reginetta della scuola è cocainomane e ninfomane; la famiglia incestuosa; lo psicanalista drogato; la madre assassina; e poi ci sono il figlio illegittimo tenuto nascosto alla famiglia, quello comprato e quello ritardato e tenuto recluso in cantina. C'è del marcio in suburbia. E' il Doris Day Show visto nello specchio deformante del luna park.

La provincia come utopia

Per riprendervi da tanto cinismo, rinfrancatevi lo spirito con una visita alle cittadine modello del New England, località incantevoli in cui il tempo sembra essersi davvero fermato, la vita scorre con i ritmi lenti di un tempo, tutti si conoscono e hanno sempre tempo l'uno per l'altro: Capeside, Cabot Cove, Stars Hollow. Prendiamo quest'ultima: una Twin Peaks prima della cura, un'oasi di bontà, una società utopica così come la avrebbero sognata i Padri Fondatori. Qui ogni edificio è stato toccato da Thomas Jefferson o Abramo Lincoln, l'anno è scandito dalle ricorrenze storiche legate alla Guerra Civile e da pittoresche fiere come il Festival dei Quadri Viventi. Tutti partecipano ai consigli cittadini per prendere parte, tra discussioni e votazioni per alzata di mano, alle decisioni che riguardano la comunità. Non manca qualche battibecco, ma in genere tutti i cittadini vanno d'amore e d'accordo perché tutti, anche il sindaco arrogante, l'antiquaria bigotta e lo strambo del villaggio, sono, in fondo, semplicemente adorabili. Non ci sono neanche quei fastidiosi, quotidiani delitti che infestano la vicina Cabot Cove e danno tanto da fare a Jessica Fletcher, La signora in giallo. In compenso gli abitanti sono affetti da una parlantina fuori dal comune, una loquacità super che porta più d'uno spettatore a chiedersi se anche questa cittadina sia stata colpita da qualche strano tipo di meteoriti radioattive.

Se tutto questo vi sembra noioso e siete pronti ad esplorare luoghi meno frequentati, allora preparatevi a volare fino ai confini della realtà: si va a Cecily, Alaska, a conoscere Un medico tra gli orsi. Un posto unico nel suo genere: anche qui nulla è ciò che sembra ma, per una volta, in positivo. Dimenticate stereotipi e preconcetti: un minuscolo paesino di frontiera abitato da quattro montanari eccentrici si rivela un mondo ricco di umanità... e di inesauribili sorprese. A Cicely potete fare la conoscenza di un vecchio cuoco che vive come un eremita nei boschi, un ex galeotto che parla di musica e poesia alla radio, un'indiana che non parla mai ma la sa lunga. Qui è possibile imbattersi in scoperte e tesori inauditi: l'anello di Fellini, il corpo di Napoleone perfettamente conservato in una lastra di ghiaccio... o un motociclista nero di passaggio che scoprirai essere tuo fratello mentre ammiri con lui l'aurora boreale. Solo qui può succedere che le persone cambino aspetto a seconda dei pregiudizi di chi guarda, il rabbino della tua infanzia abbocchi all'amo mentre sei a pescare trote nel lago, gli spiriti indiani appaiano per guidarti nella tua ricerca. Insomma, Cicely dimostra che la vita, anche la vita di provincia, è più ricca, misteriosa e magica di quello che può apparire allo sguardo frettoloso e prevenuto di un cittadino di New York.

La provincia per eccellenza

Ma se invece non avete tempo per un itinerario così impegnativo e volete comunque scattare qualche foto ricordo della provincia telefilmica, acquistate direttamente un biglietto per Springfield. La cittadina della famiglia Simpson è La Provincia per eccellenza, racchiude in sé tutti i paesini e sobborghi di 60 anni di telefilm, e molto di più. Attraverso le vicende della sua eterogenea popolazione, Springfield ha dipinto un ritratto minuzioso ed efficace della media cittadina americana.

C'è la comunità di credenti che si ritrova la domenica in chiesa come a Glen Oak, con i religiosissimi Flanders che ci ricordano gli insopportabili MacKenzie di Settimo cielo; l'attenzione per i padri fondatori e le rievocazioni storiche in costume, nonché la rivalità con l'odiato paese confinante, come a Stars Hollow; la famiglia di bifolchi del sud in stile Hazzard; bulli, smorfiose, nerd e tutta la fauna scolastica di Capeside; il circolo di casalinghe pettegole e un po' snob come a Wisteria Lane ed Agrestic. C'è il lato oscuro della provincia, come a Twin Peaks e Neptune, la cittadina di Veronica Mars: la dipendenza dall'alcool, i piaceri proibiti ma diffusissimi della Maison Derrière, i cittadini pronti a impugnare i forconi e farsi giustizia da soli; e poi il crimine organizzato, la massoneria, la polizia corrotta, il sindaco donnaiolo e pericolosi delinquenti come Telespalla Bob. Anche qui insomma c'è il marcio sotto le villette a schiera... letteralmente: è la spazzatura che gli abitanti hanno deciso di sotterrare, e rimuovere così dalla lista delle priorità, ma che all'improvviso erutta in tanti pestiferi geyser di rifiuti nei viali della cittadina. Come a Sunnydale, scenario di Buffy l'ammazzavampiri, il soprannaturale con tutta la sua fauna di mostri è parte integrante della vita della vita cittadina, attraverso gli episodi dell'orrore di Halloween; ci sono perfino gli alieni, Kodo e Kang, anche se un po' meno attraenti di quelli di Roswell. Infine, come a Cicely, anche qui può succedere di tutto, le sorprese sono dietro l'angolo la vita può e personaggi può aprirsi alle situazioni più improbabili e surreali, o prese in prestito dai classici del cinema e della letteratura.

Insomma, se volete immortalare in un'unica foto l'essenza di Telefilmville, fate un salto a Springfield... sempre che riusciate a scoprire dov'è.


(Ovviamente questo è un viaggio molto rapido per la provincia americana, poco più che uno sguardo dal finestrino... dell'aereo. Avendo a disposizione più di 10.000 battute si potrebbe scrivere qualcosina in più sul tema, magari riuscendo ad approfondire... ne verrebbero fuori un paio di libri formato Stephen King! Magari in futuro, chissà...)

mercoledì 6 giugno 2007

Do you believe in rock and roll? Can music save your mortal soul?


40 anni fa si "celebrava", in un tranquillo paesino della California del nord, il leggendario Monterey Pop Festival. Come per un altro mitico evento in un altrettanto insospettabile paesino della provincia americana, furono 3 giorni di pace, amore e musica. Grateful Dead, Janis Joplin, Jimy Hendrix, Jefferson Airplane, The Who, Otis Redding, Mamas & Papas, Simon & Garfunkel... Il tutto nell'irripetibile cornice della Summer of Love.
Perché io non c'ero? Forse in quei giorni avevo l'influenza... Ah, no, ecco: non ero nata. (Promemoria per le prossime vite: cercare di venire alla luce in tempi più ispirati).
Quello di Monterey è stato un evento speciale, inimmaginabile e irripetibile nei nostri giorni, in cui il rock è ormai, secondo la definizione di Lester Bangs in Almost famous, "the industry of cool", più marketing che anima (Oddio, parlo come un vecchio hippie nostalgico... è grave? mah, io continuo...). Era il tempo in cui la musica aveva qualcosa di vitale e trasgressivo, tanto che gli amanti del rock erano guardati con sospetto dagli abitanti della cittadina "invasa". Oggi sono guardati con l'acquolina in bocca, come dei portafogli ambulanti da alleggerire. In più, All you need is love è diventata la sigla di un programma TV trash e l'unica "good vibration" è quella dei giocattoli da sexy shop.
Gli spettatori intervistati nel commovente documentario sul festival del '67, invece, sentivano la "vibration floating in the air". Merito della maijuana ancora oggi coltivata nell'alta California, ma non solo... C'era anche l'LSD. Ok, ma non intendevo quello...
Una ragazza descrive l'evento come "Natale, Pasqua e il compleanno di ognuno di noi messi insieme". Ecco, io me lo immagino così: una festa e un rito sacro. Migliaia di fedeli riuniti per celebrare la potenza, la bellezza, il mistero del rock. Amen.

lunedì 28 maggio 2007

Solo per i tuoi occhi


Cielo grigio su... palazzi grigi ovunque. Ma nel mezzo di una domenica milanese di pioggia, Francesco ed io ci siamo rifatti gli occhi e storditi di colori. Non abbiamo preso l'LSD, ma due biglietti per La città proibita, l'ultimo film di Zhang Yimou. Un film in grado di soddisfare tanto gli appassionati di film di cappa e spada (Francesco) quanto gli amanti di cineserie, vestiti e cose che luccicano (io).
L'azione vera e propria è concentrata nella seconda metà del film, ma nella prima mezz'ora mi sono ritrovata a pensare: se anche non dovesse succedere nulla per tutto il film non mi annoierei, e forse non me ne accorgerei neanche... perché sono ipnotizzata. Coreografie di massa, colori sgargianti, oro e sangue, fiori e spade, vestiti sontuosi, acconciature architettoniche, stanze dagli ornamenti a dir poco psichedelici, silenziosi ninja volanti, eserciti che si muovono nell'inquadratura come pennellate di colore su una tela... Le scene dei cerimoniali di corte come quelle delle battaglie sono visivamente emozionanti, colorate, astratte e ipnotiche come quadri di un caleidoscopio. Ma sotto tanta perfezione formale: follia, morte e litri di sangue.
Da gustare su grande schermo, meglio se accompagnato da cielo nuvoloso che ne esalta le caratteristiche cromatiche; da discutere davanti a un piatto di spaghetti di soia piccanti, perché anche lo stomaco vuole la sua parte.

domenica 20 maggio 2007

Nuoce gravemente al pessimismo


E' possibile andare in overdose da Gilmore Girls (Una mamma per amica)?
Questo inquietante interrogativo mi è balenato nella mente mentre mi accingevo a comprare l'ennesimo dvd in edicola:ogni sabato ne escono due nuovi, ti dici che puoi smettere quano vuoi, che non comprerai tutte e otto le stagioni... beh, anche se fosse, non le guarderai mica tutte insieme... o no?
Per i profani, il telefilm racconta la vita della giovane mamma Lorelai e di sua figlia adolescente Rory nella ridente Stars Hollow, piccolissima cittadina del New England in cui tutti si conoscono. E tutti, anche il sindaco arrogante, l'antiquaria bigotta e lo scemo del villaggio, sono semplicemente adorabili. Tutti tranne la nonna. Gli episodi sono scanditi dai dialoghi brillanti, fittissimi e rapidissimi di madre e figlia (e nonna).
Per motivi ancora ignoti alla scienza, ma si sospetta che sia a causa di questa elevata loquacità femminile, gli uomini in genere sono immuni al richiamo del telefilm; gli esperimenti condotti in materia indicano anche che, se sottoposti alla visione, dopo 10 minuti tendono a fuggire il più lontano possibile.
Per le donne, i sintomi dell'overdose sono: alto tasso di zucchero nel sangue, illimitata (pericolosa) fiducia nel genere umano compresi i condomini e i politici, rimpianto per non essere stata una ragazza madre (ah, se solo fossi rimasta incinta a 16 anni! Ora avrei una figlia per amica...),
diffuso (insano) ottimismo, (molesto) aumento della parlantina, (vana) ricerca di un diner dove passare le giornate mangiando pancake e chiacchierando col barista burbero ma dal cuore d'oro, (-da riempire a piacere-) amore per la vita.
Possibili effetti collaterali: il diabete ti stronca, condomini e politici ti derubano, i baristi ti buttano fuori, mentre il tuo ragazzo annuisce sorridente: ha i tappi nelle orecchie.

sabato 12 maggio 2007

La rivincita delle comparse



Finalmente è stata fatta giustizia: gli ultimi sono i primi... anche se non ci fanno una gran bella figura.
Il fondale diventa primo piano, il marginale diventa centrale. Insomma: le comparse diventano protagoniste. Accade da qualche tempo in EXTRAS, telefilm targato BBC-HBO (e da sempre nei sogni più selvaggi di ogni comparsa).
Ricky Gervais, già autore e protagonista di THE OFFICE, è ora Andy che a 40 anni suonati decide di lasciare il lavoro fisso per puntare tutto sulla carriera di attore. Ma la strada per il successo, o anche solo per un ruolo decente, vabbè almeno per un ruolo, è lunga e dolorosa....
In ogni episodio lo troviamo sul set di un diverso film, negli improbabili panni di soldato napoleonico, profugo bosniaco... Sempre pronto a sgomitare per guadagnare terreno e spostarsi dai margini sfocati al centro dell'inquadratura. Sempre intento a rompere le scatole al prossimo per ottenere una battuta.
Con lui c'è Maggie comparsa di professione, le cui ambizioni sul set sono di tipo diverso: in sostanza... mmm... rimorchiare.
Lo show è divertente, di quelli in cui mentre ridi delle disavventure dei personaggi, ti vergogni terribilmente per loro. Andy e Maggie, nella migliore tradizione telefilmica, riescono sempre a dire e fare la cosa sbagliata al momento sbagliato, provocando il caos sul set, e in noi spettatori quel tormento-godimento che ci fa contorcere nella poltrona.
Se poi noi spettatori siamo anche stati comparse, beh, il godimento raddoppia...
... o è il tormento?